PAX ATOMICA

di Maurizio Notarnicola - ex alunno

 

Fra le numerose attività culturali organizzate dal Di Cagno uno dei fiori all’occhiello è stata la visita compiuta da quindici maturandi nell’aprile del 1984 al Quartiere Generale delle Potenze Alleate a Bruxelles.

Accompagnati dal Rev. Rettore un gruppo di studenti del Di Cagno per tre giorni ha avuto diversi incontri dibattito con ufficiali, diplomatici ed addetti ai lavori su argomenti di politica internazionale, come la corsa agli armamenti, i negoziati fra Stati Uniti e Unione Sovietica, il problema del disarmo.
Riportiamo l’articolo di uno dei componenti di quel gruppo, ora ex alunno, che ha approfondito alcuni temi chiave della visita.

 

“Da quando il 6 luglio 1945, venne fatta esplodere la prima bomba atomica nel deserto del Nuovo Messico, l’umanità è entrata in una nuova era, quella atomica, e ha dovuto convivere con le armi atomiche.
            Da allora ogni anno sono state costruite moltissime altre bombe.
            Se sommassimo tutte quelle esistenti, risulterebbe un potenziale di un milione e seicentomila volte superiore a quello di Hiroshima.
            Un pozzo senza fine dentro il quale rischia di cadere il mondo intero”.
            Così esordisce l’esperto di problemi nucleari Schell nel suo libro “Il destino della Terra”.
            E’ lampante come il problema atomico non sia solo di ordine militare strategico ma anche politico e sociale ed anche l’uomo della strada ha preso o sta prendendo coscienza del grande incubo che sta vivendo e da più parti si chiede una chiarificazione del problema, con incontri, trattati, negoziati.
            Sebbene un accordo per la rinuncia alle armi nucleari nel quadro di una riduzione generale degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, essa sarebbe molto utile, perché ogni accordo tra Est ed Ovest è vantaggioso in quanto tende a diminuire la tensione internazionale.
            I negoziati, quelli tuttora in corso a Ginevra, sono l’aspetto psicologico del nucleare: si discute la sua immagine in U.S.A. ed in U.R.S.S. e non l’aspetto quantitativo.
            Il problema è politico, psicologico, non militare; quindi il fallimento eventuale delle trattative di Ginevra non porterebbe a nessun conflitto tra le parti.
            Una atmosfera di grande tensione internazionale non deve far dimenticare però una realtà di pace.
            La pax atomica, come è stata definita, però è relativa perché affonda le sue radici in un ingranaggio politico spaventoso che rimane quasi sempre oscuro o incomprensibile all’uomo della strada.
            E’ la dottrina della deterrenza nucleare: l’innaturale prodotto del nostro tentativo di vivere in due mondi contemporaneamente: nel mondo scientifico e nucleare e nel mondo militare e politico prenucleare; perché da questa dottrina dipendono le speranze del mondo di sfuggire alla distruzione, è opportuno esaminarla a fondo.
            Il principio fondamentale della dottrina della deterrenza è questo: il modo migliore per prevenire l’olocausto è che ciascuna potenza nucleare, o ciascun blocco di potenze nucleari, abbiamo a disposizione una forza atomica con cui possono “credibilmente” distruggere completamente l’aggressore anche dopo aver subito il “primo colpo” più duro che l’aggressore è in grado di sferrare.
            R. Mc Namara, ministro della Difesa per sette anni durante l’amministrazione Kennedy, scrisse nel suo libro “L’essenza della sicurezza”: “il concetto di distruzione certa (assured distruction)  è l’essenza di tutta la teoria della deterrenza”.
            Non solo bisogna disporre di una capacità reale di distruzione, ma questa capacità deve anche essere credibile e quindi occorre che ogni potenziale aggressore sia convinto che la capacità di distruzione certa dell’avversario sia reale e che la sua volontà di impiegarla per rispondere ad ogni attacco sia incrollabile.
            Così la deterrenza significa per l’aggressore la certezza del suicidio: e non solo delle sue forze armate ma di tutta quanta la società.
            Vi sono due possibilità: la strategia o ha successo o fallisce.
            Se ha successo entrambe le parti sono congelate nell’inazione dal timore della rappresaglia della parte avversa.
            Se invece fallisce, una parte annienta l’altra, che a sua volta annienta “tutta quanta la società” della parte avversa: tutta la terra subisce le conseguenze di un olocausto totale, tra le quali potrebbe anche esservi l’estinzione della specie umana.
            Gli strateghi della deterrenza hanno affrontato la questione principale che si pone in un mondo nucleare – la questione della sopravvivenza – ed hanno concluso che la salvezza dall’estinzione provocata dalle armi nucleari consiste nelle armi nucleari.
            In altre parole migliore garanzia che le superpotenze non facciano ricorso alle armi nucleari sta nel possesso di tali armi da parte delle superpotenze stesse.
            Quindi la minaccia dell’impiego delle armi atomiche ne impedisce l’impiego.
            Bernard Brodie, pioniere della strategia nucleare, afferma che “fino ad oggi l’obiettivo principale delle nostre forze armate è stato vincere la guerra. D’ora in poi l’obiettivo principale è un altro: quello di evitarle. Le forze armate non possono avere, in pratica, altro scopo utile”.
            Winston Churchill già nel 1955 si espresse in termini più generali: “la sicurezza sarà il robusto figlio del terrore e la sopravvivenza gemella dell’annientamento”.
            Questa dottrina riassume l’incapacità del mondo di affrontare il pericolo nucleare: infatti in essa si scontrano due fini inconciliabili.
            Il primo fine è di permettere la sopravvivenza della specie: infatti la dottrina della deterrenza ha lo scopo di dissuadere chiunque dall’impiego delle armi nucleari; il secondo fine è di servire agli interessi nazionali: infatti la dottrina contempla la legittimità dell’autodifesa nazionale mediante la minaccia di ricorrere alle armi nucleari.
            Gli strateghi nobilitano con il termine di paradosso questo scontro di fini tra loro contrari: in realtà si tratta di una contraddizione: è impossibile minacciare qualcuno di qualcosa e sperare di evitare quel qualcosa minacciandolo.
            Ogni giorno noi tutti ci chiediamo quale fra sicurezza e terrore abbia più peso, almeno finché è possibile mantenere le due cose distinte.
            Sappiamo per certo una cosa sola: che da un momento all’altro possono cominciare a piovere le bombe.
            La dottrina militare tradizionale è ormai un anacronismo: ciò che poteva andare abbastanza bene per il mondo prenucleare ha perso ogni possibilità d’applicazione e ogni significato quando la prima bomba atomica è esplosa nel deserto del Nuovo Messico.
            “La prima bomba atomica non distrusse solo la città di Hiroshima: fece anche esplodere le nostre idee politiche tradizionali e sorpassate”: così si espresse Einstein poco tempo dopo la tragedia do Hiroshima.
            Le forze disponibili sono talmente grandi da giungere all’annientamento di entrambe le parti e forse di tutta l’umanità prima che l’uno o l’altro contendente esaurisca le forze di cui dispone.
            Da ciò discende un’altra ammissione: che in uno scontro tra due potenze fornite di un considerevole armamento nucleare, la vittoria non è possibile; nel mondo nucleare di oggi la vittoria è un concetto abbandonato.
            Il filosofo Russell si esprime così “non ci sarebbe vittoria, né dall’una né dall’altra parte, a meno di avere una nuova definizione di vittoria. Cioè, forse, potrebbe accadere che alla fine della guerra rimangano sei persone nel campo occidentale, quattro in Russia e quattro in Cina. Avrebbero perciò dalla loro parte una maggioranza di due. Naturalmente questa, volendo, la si potrebbe considerare una vittoria, ma non sarebbe molto bella”.
            Di qui la conclusione che il possesso delle armi nucleari strategiche ha un unico scopo: non di vincere la guerra ma di prevenirla.
            Sostituire il fine di vincere con quello di prevenire la guerra richiede l’adozione di politiche che vanno contro la tradizione militare.
            Una di queste politiche comporta la rinuncia a difendere militarmente la propria nazione; la rinuncia cioè all’obiettivo primario dell’attività militare, quello che ne ha sempre giustificata l’esistenza.
            La politica della deterrenza non contempla la difesa della patria; promette solo, nel caso in cui la patria venga distrutta, la distruzione anche della patria dell’avversario.
            Anzi tale politica esige che le popolazioni di entrambi le parti siano vulnerabili all’attacco, e che non si faccia alcun tentativo serio per proteggerle: Questo assurdo deriva dalla logica di base della deterrenza secondo cui “la sicurezza è il robusto figlio del terrore”.
Quindi si è tanto più sicuri quanto più si è terrorizzati dunque il terrore non deve venire meno mai.
            Nel caso in cui diminuisse - per es. con la costruzione di rifugi atomici in grado di proteggere realmente buona parte della popolazione – diminuirebbe anche la sicurezza: infatti la parte che si sentisse così più protetta potrebbe sentirsi tentata di sferrare il primo colpo nella convinzione di poter così vincere la guerra.
            Ecco spiegata tutta la serie di violenti attacchi politici che la Russia sta sferrando per evitare la costruzione dello “scudo stellare americano”: proprio perché è cosciente che tale sistema, in grado di evitare in larga parte un attacco nucleare, distruggerebbe quel precario “equilibrio del terrore” che è alla base della logica della deterrenza.
            Il perfetto equilibrio è dunque l’unica soluzione per mantenere la pace.
            Ecco un altro aspetto perverso del mondo nucleare: la distruzione deve essere “certa”, quasi che il nostro scopo non fosse di salvare l’umanità, ma di distruggerla.
            Ciò che è meno auspicabile è che si crei una situazione di instabilità perché allora, come dice con amara ironia Schelling, uno dei massimi teorici nucleari, ognuna delle due parti farebbe questo ragionamento:” l’avversario pensando che stessi per ucciderlo per difendermi, stava per uccidere me per difendersi, quindi ho dovuto ucciderlo per difendermi”.
            La politica della deterrenza ha certamente un pregio: quello di prendere atto che viviamo in un mondo nucleare e che dunque l’olocausto annienterebbe entrambi i contendenti e comporterebbe forse l’estinzione della specie.
            Purtroppo ha anche un difetto fondamentale e cioè tutta la costruzione strategica che si è edificata sul fondamento di questo fatto.
            Infatti se cerchiamo di garantirci la sicurezza minacciandoci di morte, bisogna che questa minaccia sia reale; se è reale vuol dire che in certe circostanze siamo disposti a metterla in atto; questo significa che rientra nei nostri programmi proprio ciò che dobbiamo assolutamente evitare e cioè l’estinzione.
            E’ questo il circolo vizioso in cui in essenza si riduce la dottrina della deterrenza nucleare: cerchiamo di evitare l’estinzione minacciandola.
            E’ una logica assurda: se smettessimo di minacciare l’estinzione, ciò significherebbe che ci estingueremmo?
            La dottrina della deterrenza, ormai appare chiaro, costringe il mondo a vivere continuamente sull’orlo dell’abisso in nome della tesi che solo il terrore garantisce la pace.
            Un esperto di relazioni internazionali, Robert Mc Geehan, ha concluso una conferenza con “We must learn to love the bomb”. “Dobbiamo imparare ad amare la bomba”.
            Sebbene forse non si possa esattamente parlare di amore per la bomba atomica si dovrebbe però parlare di rispetto e di fiducia: il che equivale ad affidare alle armi nucleari un ruolo decisivo in tutte le nostre attività.
            Allora, seguendo questa dottrina, non facciamo che radicare ancor più profondamente le armi atomiche dentro la nostra vita quotidiana.
            La nostra sicurezza è così fondata su un sistema zoppicante e pieno di contraddizioni: il risultato è questo mondo in cui si accumulano montagne di bombe nucleari per garantire la sicurezza al mondo stesso, e in cui viviamo senza sapere se tra un secondo saremo ancora vivi o ridotti ad una nube di atomi vaganti.
            Una volta messo a nudo il mostruoso ingranaggio che regola la vita tra le nazioni ci si chiede perché mai si debba ricercare la sicurezza nel terrore, la sopravvivenza nell’annientamento, l’esistenza nella non esistenza; e perché mai non si faccia ricorso a più dirette ed efficaci misure di disarmo bilaterale e totale: è molto più semplice conservare la vita eliminando gli strumenti di morte.
            In un interessante film “War Games” (“Giochi di guerra”), sull’impiego di giganteschi calcolatori elettronici per la creazione degli ipotetici scenari mondiali dopo vari tipi di guerre termonucleari, allo scopo di trovare a tavolino la tattica migliore, il calcolatore alla fine dava come responso ai militari una frase “What a stange game: the only winning move is not to play” “Che strano gioco: l’unica mossa vincente è non giocare”.
            Il problema è che il disarmo nucleare è ostacolato dagli interessi nazionalistici, infatti non è vero che le potenze nucleari posseggono le armi atomiche esclusivamente allo scopo di prevenirne l’impiego e di preservare così la pace; le armi nucleari servono anche a difendere gli interessi e le aspirazioni nazionali, e quindi in realtà a conservare e perpetuare il sistema della sovranità.
            Nel mondo pre-nucleare le azioni garantivano la propria sovranità ricorrendo alla guerra, oggi invece ricorrono alla minaccia dell’estinzione.
            Scrive Schell: “la verità è che le potenze nucleari attribuiscono più valore ai loro interessi politici che alla sopravvivenza della specie. Se così non fosse, nulla si opporrebbe ad un disarmo totale ed immediato”.
            Se così non fosse, si potrebbe evitare la distruzione ricorrendo semplicemente al disarmo come Russell, Einstein ed altri scienziati ed intellettuali già proponevano verso la metà degli anni 40.
            E’ inevitabile riconoscere la realtà di fondo del pericolo nucleare: che gli arsenali nucleari di tutto il mondo hanno raggiunto proporzioni tali da mantenere a rischio la sopravvivenza della specie se giungessimo all’olocausto; che l’estinzione comporta la morte e l’annientamento di ogni obiettivo umano: che se la specie si estingue non ci sarà una seconda possibilità e il “gioco” sarà finito per sempre; che di conseguenza questo rischio o possibilità va affrontato moralmente e politicamente come se fosse una certezza assoluta; e che l’olocausto può accadere da un momento all’altro sia per caso sia di proposito.
            Allora, quali che siano le nostre posizioni politiche, non si può fare assolutamente a meno di liberare il mondo dalle armi nucleari.
            Come abbiamo scelto di vivere nel sistema degli stati sovrano, così possiamo scegliere di vivere in qualche altro sistema.
            Per evitare un nuovo sistema saremo costretti a muoverci in un territorio del tutto nuovo, ricco di imprevisti ed anche forse di pericoli: sarà difficile ma non impossibile.
            Il sistema attuale e le istituzioni che lo compongono sono le macerie della storia: macerie ostili alla vita e dunque da rimuovere e spazzare via.
            Einstein ed Oppenheimer andavano già oltre il disarmo e pensavano ad un mondo di effettiva collaborazione, infatti erano certi che la corsa agli armamenti poteva essere eliminata solo se l’organizzazione militare tradizionale fosse stata sostituita da una autorità militare sopranazionale che avesse il controllo esclusivo di tutte le armi offensive: una specie di governo mondiale nell’interesse della sicurezza internazionale.
            Ad ogni critica Einstein rispondeva “se temo una tirannia di un governo mondiale? Certo. Ma temo ancora di più una nuova guerra”.
            A distanza di un quarantennio dal documento di Einstein e Russell , circa dodicimila fisici di ogni parte del globo hanno lanciato un appello in data 11 novembre 1983 diretto a tutti i governi ed organizzazioni internazionali.
            E’ una presa di posizione di tutti i massimi scienziati mondiali fra cui primeggiano i premi nobel americani Weinberg, Wilson, Teller, sovietici, Cherenkov, Kapitza, Sakarov, l’arabo Abdus Salam e i massimi scienziati italiani come Rubbia, Zichichi, Regge, Amaldi.
            E’ la richiesta del congelamento immediato della corsa agli armamenti come primo necessario passo verso il disarmo nucleare.
            Il congelamento non può attendere la conclusione di estenuanti negoziati.
            “Noi fisici di tutto il mondo lanciamo questo appello: invochiamo un accordo che ponga fine a sperimentazione, produzione, ed installazione sia degli ordigni nucleari, sia dei loro sistemi di lancio. Nel frattempo cessi immediatamente l’installazione di qualsiasi nuova arma o missile, ovunque nel mondo”.
            La questione della responsabilità degli intellettuali competenti è di enorme peso.
            I vari scienziati si occupano solo del progresso del sapere e della sua pacifica applicazione a strumenti e prototipi di uso scientifico.
            Sostenere che la colpa è degli scienziati se c’è pericolo di una guerra atomica è una comoda giustificazione, come lo sarebbe il dire che colpevole della sedia elettrica è Alessandro Volta.
            Con un appassionato personalissimo discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze il Papa ha chiesto agli scienziati di tutto il mondo di “”disarmare la scienza” e di costituirsi in forza di pace”.
            Li ha invitati a difendere la libertà della scienza dall’ideologia e dal potere e ad abbandonare le ricerche destinate a “scopi di morte” per passare ad attività capaci di “edificare nella giustizia la pace nel mondo”.
            Si è rifatto allo scrittore Duerrenmatt che nella sua opera “i fisici” raccomanda “state attenti che, anche contro la vostra volontà, il potere può impadronirsi delle vostre scoperte e approfittarne per dominare il mondo e voi stessi”.
            Riferendosi alla politica delle potenze nucleari il Papa ha detto di voler lanciare un appello da “profeta disarmato” affinché “siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita”.
            Il Papa ha precisato infatti che certi campi di ricerca sono inevitabilmente destinati, nelle concrete situazioni storiche, a scopi di morte; lo scienziato vero deve compiere una scelta che cooperi al bene degli uomini, all’edificazione della pace.
            Una maniera piccola e semplice per fare cessare la corsa agli armamenti e riprendere i negoziati tra U.S.A. e U.R.S.S. interrotti nel 1980, per un trattato che vieti completamente le esplosioni sperimentali e dimostrative delle bombe nucleari nel sottosuolo, unico posto dove continuano a sperimentarsi nuovi ordigni atomici dopo che nel 1963 vennero vietate esplosioni nucleari nell’atmosfera, nei mari e nello spazio.
            La richiesta può sembrare cosa minima, ma è invece un primo passo concreto verso il disarmo nucleare.
            Senza esplosioni sperimentali infatti non è possibile mettere a punto nuove armi nucleari e non è possibile controllare le condizioni di efficienza delle 50.000 bombe nucleari esistenti nel mondo; di conseguenza la costruzione e la installazione di bombe nucleari verrebbe a cessare.
            Saremmo ancora lontani dalla pace e dal disarmo ma il divieto totale delle esplosioni rappresenterebbe un passo realistico, controllabile e costruttivo per fermare la corsa alle armi atomiche e per rendere inutile la costruzione di razzi vettori sempre più potenti.
            Oggi l’umanità è come se avesse un cappio intorno al collo: un cappio che può stringersi da un momento all’altro strozzando noi stessi e il futuro dell’uomo ma nessuno ci impedisce di allentarlo, di toglierlo di dosso, e di essere liberi.
            Se pensassimo altrimenti non faremmo altro che prescriverci un destino che non è destino affatto, ma solo il frutto delle nostre debolezze e delle nostre decisioni tutt’altro che ineluttabili.
            Oppenheimer affermava che è nella “controparte umana” che è riposta la speranza di sopravvivere a questo “stravagante” periodo della storia degli uomini.
            Einstein diceva che “davanti a noi si apre, se lo vogliamo, un’epoca di progresso nella felicità, nella conoscenza e nella saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte perché non sappiamo dimenticare i nostri litigi? Ci appelliamo da esseri umani a esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale”.
            La fine cosmica è anche il monito attualissimo di Italo Svevo che ne “La coscienza di Zeno” scriveva: “ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.
            Non siamo destinati all’autodistruzione: possiamo ancora scegliere di vivere.