IL <<LOOK>> COME FENOMENO DI COSTUME

di
Milena Cipriani, Fabio Dalla Serra, Annarica Grimaldi, Antonella Monticelli e Adelaide Quaranta
II Liceo, sez. B
 
            Il termine inglese “look” è entrato recentemente nel nostro linguaggio per designare l’aspetto complessivamente considerato che un individuo sceglie per proporre la propria immagine agli altri. Nella società attuale il “look” ha acquistato, soprattutto nelle fasce giovanili, sempre più valore, razionalizzandosi ed elaborandosi. Ma si tratta di un vero e proprio fenomeno di costume poiché va inquadrato di volta in volta nel contesto storico in cui si sviluppa e va rapportato alle motivazioni culturali, sociali e politiche correnti.
            Negli anni passati i giovani si identificavano nelle grandi figure degli eroi politici e cercavano di imporre anche attraverso l’immagine la propria ideologia. Col tramonto del fascismo, nell’immediato dopoguerra, il desiderio di ricostruire i valori che la guerra aveva messo in crisi portò un grande senso di concretezza che pose in secondo piano l’interesse a curare la propria immagine esteriore. In seguito al boom economico del consumismo, l’entusiasmo per una ritrovata serenità si realizzava in un abbigliamento estroso ispirato ai grandi miti d’oltreoceano del cinema e del rock and roll, come James Dean, Elvis Presley o Marlon Brando. Con il ’68 esplosero i fermenti rivoluzionari giovanili, le scelte ideologiche si estremizzarono, concretizzandosi in un look che le rispecchiasse: un paio di jeans sofferti e un fazzoletto rosso intorno al collo costituivano l’immagine di un intellettuale di sinistra.
            Il rifiuto dei ruoli ipocriti imposti dalla società, il bisogno di sentirsi anticonformisti, il desiderio di andare contro ogni forma di autoritarismo spinsero molti giovani ad assumere un aspetto trasandato, con capelli lunghi e incolti, pantaloni colorati a zampa di elefante, camicie lunghe con svariate fantasie: si trattava dello stile hippie, che mirava a non farsi accettare dalla mentalità “perbenista dominante”. Intanto i mass-media diffondevano dei modelli del mondo dello spettacolo che i ragazzi cercavano morbosamente di emulare; ricordiamo ad esempio l’adorazione verso i Beatles, che caratterizzò i molti seguaci del beat.L’attuale esplosione del look trova le sue radici proprio in questi fenomeni di identificazione mitica. L’esigenza di sentirsi come i propri eroi è dovuta anche al senso di protezione che subentra col fatto di adottare un look, ma non bisogna sottovalutare altri motivi, come la necessità di comunicare, di sentirsi integrati in un contesto sociale, di dare agli altri l’immagine che si aspettano che si abbia. La scelta del look non si esaurisce però a livello dei giovani, ma investe anche gli adulti impegnati in determinati settori professionali. L’esempio più lampante ffimero comportamento, integrazione della nostra personalità: mai usarlo per mascherare, ma solo per sottolineare noi stessi.olè costituito dai cosiddetti “yuppies” (young urban professional), prodotti dall’ambiente manageriale, che esibiscono un’abbronzatura invidiabile, abiti di taglio classico la cui eleganza consiste nella sobrietà, impermeabili inglesi “Burberrys”. Costoro, che si ispirano alla personalità del famoso avvocato (Gianni Agnelli, naturalmente), trovano corrispondenza nei più giovani “Bocconiani”, formatisi nell’ambiente universitario della Bocconi a Milano.
            Per loro l’uomo di successo è il manager sempre padrone di sé e di impeccabile eleganza, naturale e non artificiosa, e possiamo notare che questo modello rappresenta anche l’ideale estetico oggi più di moda. Infatti stiamo assistendo a un fenomeno “narcisistico” di positivismo estetico, riscontrabile anche nella larga diffusione delle palestre e del body-building come conseguenza dell’esaltazione della perfezione fisica. Cambia dunque anche l’ideale di donna: mentre in passato si preferiva la “maggiorata” che faceva sfoggio delle proprie “rotondità” (vedi Sophia Loren, Gina Lollobrigida), oggi la donna deve essere magrissima e slanciata, assidua frequentatrice di palestre, senza che perda comunque la propria femminilità. Infatti dev’essere sempre dotata di buon gusto e di charme, che, seppure costruito, sembri spontaneo, ma soprattutto di grinta e di volontà di affermarsi.
            In generale la rivalutazione dell’estetica, che si sta diffondendo in questi ultimi tempi, è considerata positiva da coloro i quali la ritengono una rivincita sulla degenerazione punk. Lo stile punk non deve però essere condannato da chi si limita a giudicare dal solo aspetto esteriore. Vedere per le strade di Londra gruppi di giovani vestiti con giubbotti di pelle nera decorata con acuminate borchie, con creste di capelli variopinte, può avere un effetto scioccante: ma bisogna considerare che il vero scopo dei “punks” è quello di farsi odiare, di proporre una visione della vita cruda e materialista, di manifestare la rottura con gli schemi imposti dalla società attraverso un’immagine e un comportamento violenti.
            In questo senso il look diviene una trasformazione della personalità, e questo è molto più evidente quando si tratta di un fenomeno di gruppo, spesso influenzato dall’ascolto di un particolare tipo di musica. E’ il caso dei “new-wavers” che prediligono colori scuri, ascoltano solo musica d’importazione, che suggerisce atmosfere intimiste, lunghe elucubrazioni mentali alla riscoperta del privato. La musica è fondamentale anche per i cosiddetti “metallari”, ascoltatori di “heavy-metal”, che indossano magliette nere con simboli terrificanti, catene e cinturoni borchiati, la cui filosofia è orientata verso la violenza, l’amoralità, il sacrilegio, il culto degli eroi, l’esaltazione dell’individualismo. La violenza è il frutto di una grande crisi di ideali: essi, come i punks, non solo esprimono il loro rifiuto per i valori tradizionali, ma ne dimostrano il disprezzo tentando di rovesciare completamente il sistema. Spesso vengono confusi con i “dark” che indossano una lugubre divisa nera con i simboli antireligiosi e similmente rifiutano la realtà e si isolano all’interno del loro gruppo.
            Accanto a questi esempi asociali e anticonformisti abbiamo tra i ragazzi una riscoperta dell’estetica e un nuovo gusto per il divertimento ad oltranza, come nel caso dei “paninari” (il nome deriva da quello di un locale milanese, “Il Panino”). Il loro abbigliamento è obbligatoriamente firmato, caratterizzato da colorati piumini Moncler, jeans a tubo, calze a rombi, scarpe rigorosamente Timberland… Essi sono soliti ritrovarsi in fast-food e paninoteche, che diventano luoghi di concentrazione e affollamento giovanili. Caratteristico è il loro linguaggio, arricchito di neologismi da loro coniati, il cui uso si sta diffondendo in tutta l’Italia: per esempio, amano definirsi “cucadores” (seduttori), chiamano “sfitinzie” le loro ragazze e per loro tutto è …”troppo giusto”! Anche il linguaggio dunque, in molti casi, diventa una componente del look. Decisamente essi non sono dei rivoluzionari, anzi rappresentano il simbolo del puro conformismo; non sono mossi da alti ideali politici o spirituali ma mirano più che altro a piacere ed a piacersi, non perdendo di vista un obiettivo di realizzazione personale. Anche in questo caso il look è chiaramente influenzato dall’ambiente esterno e non è una caratteristica individuale.
            La vera moda, invece, è quella che si adatta meglio alla nostra personalità, alle esigenze del nostro modo di essere: inteso così il look non è effimero, anzi è un mezzo di comunicazione che ci permette in modo più diretto di presentarci agli altri. L’importante comunque è non lasciarsi mai nascondere o addirittura annientare dalla nostra apparenza. Molto spesso, infatti, diveniamo schiavi dell’industria della moda che fabbrica stereotipi per tutti i gusti e per tutte le esigenze, adulando il consumatore e condizionandolo nelle sue scelte. Tutti abbiamo una “divisa”, ma si dovrebbe rendere l’effimero comportamento, integrazione della nostra personalità: mai usarlo per mascherare, ma solo per sottolineare noi stessi.