INCONTRO-ESPERIENZA CON I TOSSICODIPENDENTI DELLA COMUNITA' EMMANUEL DI LECCE

di Loredana Paradies - V Scientifico, sez. B

 

“…Mi sono accorto di aver sputato sull’amore che mia moglie mi aveva dato…”
Sono state le parole di Luca, uno dei tossicodipendenti della comunità di Novoli. Come lui, altri ragazzi della comunità ci hanno raccontato la loro storia, cominciata con dei problemi che tutti affrontiamo prima o poi nella vita, e terminata con una frattura psicologica, per cui necessita una difficile, lenta e paziente terapia.
Perché essi sono caduti e io no? Non ho anch’io dei problemi? Non sono anch’io all’affannosa ricerca di una risposta ad essi?
Io non ho avuto la sfortuna di incontrare sulla mia strada persone che facciano uso di stupefacenti.
Sono convinta che le cause esterne che portano un giovane nel “giro” della droga sono: la curiosità incontrollata, e quel complesso di inferiorità che tradisce non appena ci si accorge che, per sentirsi all’altezza dei compagni che già assumono droga, si è dovuto gettare via la propria dignità e la propria personalità.
Sembrava che ognuno dei ragazzi della comunità fosse alla ricerca dei valori perduti, tentasse di ridare un significato alle piccole cose della vita per poterne trarre soddisfazione e forza.
Luca mi parlava con entusiasmo della sua vita in comunità, ma quando gli chiedevo del suo paese, di Bergamo, della neve, non me ne tracciata che delle linee sbiadite, lasciando percepire qualcosa che si avvicina molto alla tristezza. Sono certa che quando tornerà alla sua città, ogni cosa, anche la più banale passeggiata in montagna, gli potrà predisporre l’amino ad apprezzare ciò che lo circonda e di cui non si era mai accorto prima.
Ho chiesto a Luca se un tossicodipendente può amare davvero. La sua risposta è stata per me una lezione di vita che tuttora mi è da guida; mi ha premesso che amare è qualcosa che richiede la donazione completa di sé stessi ed è dunque difficile reputarsi capaci di amare: tuttavia l’amore è pur sempre un sentimento che si può provare anche quando il fisico è malato o la psicologia di un uomo è in frammenti. Luca ha proseguito ponendomi il suo caso come esempio: egli ha tentato, per amore, di allontanarsi da quell’inesorabile veleno, ma ha fallito diverse volte; è riuscito a disintossicarsi solo quando non ha più tentato per amore, poiché il suo amore era fragile, ma per vergogna della sua debolezza a causa della quale la moglie aveva tanto sofferto, pur continuando a dargli la forza e le opportunità di smettere.
Essere stata a contatto con queste persone che hanno riscattato la loro debolezza di gioventù con la difficile scelta della disintossicazione, mi ha ridato l’ottimismo e la fiducia che, con pazienza, fede e forza, si può sperare che “ un periodo di sofferenza per l’uomo non è che un preludio ad una gioia maggiore” come Manzoni ci insegna.
D’altra parte per ogni tossicodipendente che percorre a ritroso il vicolo cieco della droga, ce n’è un altro che incrocia la strada del primo. Questo mi demoralizza e mi induce a domandarmi quale sconfinato egoismo muova le prime ruote dell’ordigno mortale, qual’è lo spaccio della droga: individui che si fanno forza dell’incoscienza degli adolescenti, che sono la vita di tutta la colossale organizzazione, ma che nessuno ha mai visto; individui che fanno leva sulle crisi di astinenza per rincarare i prezzi. A giudicare dagli effetti della loro azione, si possono senza mezzi termini definire esseri viscidi, opportunisti, scellerati e, dal punto di vista sociale, disonesti.
Non intendo continuare ad elencare impressioni sul marcio della nostra società, mi limito a dire quanto la presenza di chi da Dio è stato preservato da tale piaga possa essere utile come preventivo per molti ragazzi: come coadiuvante alla terapia per gli “ex drogati”, e come appoggio morale per chi ha ancora bisogno di ricomporre le prime tessere del mosaico del proprio fragile essere.
Come la comunità di Novoli è principalmente retta da un prete, Don Mario, così la comunità di Bessimo è guidata da Don Redento. Questo mi ha creato una perplessità: perché c’è una guida spirituale a guidare un cammino sul piano psicologico e fisico? La soluzione di tale perplessità la devo all’aver collocato la religione al posto dovuto nella vita dell’uomo. Dunque quando non ho saputo rispondere alla domanda “come può un uomo recuperare i valori della vita senza tendere a Dio, se proprio Dio conferisce alle cose tale valore?”, ho capito com’è essenziale che a capo di una comunità vi sia una forte e benevola guida spirituale.
Vorrei concludere con un’affermazione di Don Redento: ogni essere umano è un potenziale drogato fino al raggiungimento di una certa maturità; chiunque non riesce a risolvere i propri problemi si rifugia in qualcosa: il drogato si è rifugiato in qualcosa di mortalmente nocivo al fisico, qualcosa che alimenta quel volgare e vastissimo traffico illecito di danaro e che per questo diviene qualcosa di deleterio anche per la società. La società siamo noi, e dobbiamo lanciare un S.O.S. per salvarla: abbiamo bisogno della solidarietà e dell’aiuto di ognuno, come l’oceano ha bisogno di ogni goccia per essere così vasto e pieno di vita.